#piccoleStoriediAmore

Non c’è più ragione di star qui, a volte tutto va a finire. E non guardarmi così, con quel broncio che offusca il sorriso che hai nell’anima. Inizia così, con un bacio, con fare l’amore, con l’aprirsi il cuore e la mente, fino a farsi male ma finisce come nessuno avrebbe mai pensato. E non c’è ragione per restare qui. Finisce come finiscono i film, coi titoli di coda scritti sulla schiena. E con tutta la paura che sopravvive nel cuore, sarà un silenzioso addio. Tra chi ama e chi invece no. Sarà come all’improvviso trovarsi in una terra straniera e non capirsi più. Il senso allora dov’è stato? Ti ho accompagnato per un tratto di strada. Ora saprai cos’è l’amore. Tutto ciò che non c’è mai stato tra me e te. Lo riconoscerai sarà imprevedibile. Il vino, il mare, una passeggiata dopo cena, l’euforia del momento, la solitudine, la libertà di vivere quel momento, l’uomo affascinante burbero che ad un tratto sa essere gentile cortese e pure con la faccia tosta di farti un’avances non a parole ma fisica oppure una confessione che ti vien voglia di abbracciarlo e poi baciarlo lì accanto al mare, l’impulso e l’impeto di fare una cosa proibita. Non ho brutte idee sul far l’amore, no, l’amore è imprevedibile e mai scontato. Ora vado via, devo difendermi da te.

Giuseppe La Mura lug 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

Annunci

#piccoleStoriediAmore

“La sabbia scotta sotto i piedi e tutto è immerso nel biancore del sole a mezzogiorno. Una Donna riposa sul lettino sotto l’ombrellone. La zona è appartata dietro una caletta nascoste. Il sole asciuga il sale del mare e le rocce riflettono luce dovunque. I raggi filtrano tra le trame dell’ombrellone e illuminano la pelle oramai scura e cotta di quella Donna che riposa. Ha il bikini slacciato, la schiena scoperta e nuda, il fondo schiena è coperto da un filo sottilissimo di brasiliano. E la sabbia scintilla sulle sue rotonde natiche. Un uomo da lontano la nota e incuriosito s’avvicina. Lei ha gli occhi chiusi coperti da ampi occhiali da sole. Resta distesa supina mentre sente il rumore dei passi dell’uomo che s’avvicina a lei. Apre gli occhi e fa finta di niente quando l’uomo oramai è lì fermo sotto l’ombrellone. La guarda la osserva e scorre tra le scapole e i piedi attraversando le lunghe tornite gambe. Il respiro si fa denso e profondo, lo sguardo si perde sulle spalle dove c’è un tatuaggio di farfalla con le ali semichiuse. La pelle della donna è ricoperta dal profumo dolce d’una crema solare. Sa di cocco e vaniglia, sa di frutta da assaggiare. Senza esitare si inginocchia e inizia a baciarle la farfalla ferma lì sulla spalla. La donna aveva seguito con lo sguardo riparato dietro occhiali da sole, tutto l’approccio dell’uomo tra la paura e il desiderio. E finalmente sentire i modi dei suoi baci l’avevano tranquillizzata e si stava abbandonando. Si girò lentamente, fingendo di dormire, l’uomo si trovò dinanzi al suo seno. Era lì come due mele da assaporare e la tentazione durò un istante. L’uomo inizio a baciarle il collo e a scendere sul seno. A leccarle l’aureola, la corolla intorno ai fiori di quei due succosi e turgidi capezzoli. Di lì a poco la donna si sfilò la parte più intima del bikini e sotto il sole di luglio due estranei si ritrovarono come fossero stati sempre insieme a far l’amore.

Giuseppe La Mura lug 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

In realtà siamo tutti soli, uomini e donne. Ma l’amore è un bene in comune che lega due anime, serve a non restare soli durante il nostro cammino, durante le guerre, durante le perdite e le sconfitte. L’amore in comune è solo questo. Camminare insieme, sceglierlo entrambi, ogni giorno, ogni istante.

Giuseppe La Mura feb 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

lei

Sono uscito questa sera della vigilia di Natale, erano poco dopo le 20.00 e già non c’era più nessuno in giro per le strade. Tutti in casa riuniti, in pochi, in molti o addirittura soli con se stessi.
È troppo freddo, mi manca il calore della mia casa e decido di farci presto ritorno.
Non voglio restare solo questa notte, è diversa da tutte le altre. È la notte dove le stelle illuminano il cammino alle speranze, che arrivano a chi crede ancora che amare sia l’unico vero atto che ci ricolma l’Anima di fede e di bontà.
Accendo una piccola candela, è fatta della stessa luce viva che porto in fondo al cuore e continuo a camminare nei miei sogni cercando Lei, l’unica che mi da la forza e il coraggio di credere che dentro di me nascosto da qualche parte esista l’Amore.

Giuseppe La Mura dic 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

rosso

C’erano chiavi
Chiudevano porte e scuri
E la vista si oscurava
Era la notte per i viaggi e conoscenze.
Le chiavi riposte in un cassetto
Ferme in un anello color giallo oro,
Chiudevano le speranze
Si chiamavano porte d’ercole.
Invalicabili, insormontabili.
Erano gli stanti della porta
Che tutti chiamano libertà.
Il mondo era racchiuso prima di esse
Era un oceano grande come un piccolo stagno
Dove la notte ci nuotavo dentro
Sognando di esser in mare aperto.
Capii che fin quando non sei libero di andare
Non puoi nemmeno scegliere di tornare….”

No, ricomincio da capo, è bello scrivere anche in prosa, la vita non è soltanto poesia.
La poesia divide le speranze e i sogni dalla realtà.
Dunque passeggio per le strade oramai tutte addobbate di luci bianco ghiaccio, vetrine illuminate a festa, color rosso rubino sgargiante, pure la gente distratta con lunghe liste di aspettative per la testa è l’addobbo ideale che indossano questi giorni.
Io no, cammino e basta a testa bassa e guardo nascondendo le mie perplessità sotto un ghigno cinico. Caffè e poi riparto. Cerco un cinema, respiro e fluisco nel marasma generale, nel magma natalizio del popolo, assaporo i loro pensieri deformi color rosso povero e gusto le loro contraddizioni, identiche alle mie. Lì un barbone, dall’altro lato una zingara, poi uno di colore, un’altra che cerca di appiopparti un biglietto di chissà quale fantomatica lotteria di beneficenza. E che cazzo, nemmeno più la libertà di una innocua passeggiata mi è concessa. Una passeggiata sul lungomare. E poi mi rituffo tra la gente per strada distratta e confusa, senza meta, si arenano come onde del mare, restano assorbite dai loro stessi problemi, troppi. Io ho le tasche vuote, le riempio delle mie mani che cercano lei e il mio cuore è colmo, di rubino, di rosso, di povertà e di fame di conoscenza, lo confesso sono avido di lei. Dei suoi perchè, dei suoi pensieri e problemi, delle sue chissà quante parole sospese in aria o tra i capelli e non ancora scritte, desideroso delle sue labbra, della conoscenza intima della vita di lei. Attraversarle l’Anima, bussare alla porta del Cuore e vedere se le chiavi che lei mi porge possano permettermi di passare sotto le sue gambe, andare oltre quelle maestose colonne bianche d’ercole, valicare le angosce e le stupide paure. Conoscerla, conoscersi, ubriacarsi di vita per sceglierla, per Amare lei.

Giuseppe La Mura dic 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

labbra

C’è un solo modo di sentire l’amore. È lasciarsi travolgere dal desiderio, da un incendio che divampa d’improvviso nell’assenza, nella mancanza della persona amata. E tutto ciò che resta da fare non è resistere ma gettarsi nel mezzo per incendiarsi fino a morirne per l’assenza e senza patire alcun dolore, perchè nessun dolore sarà tanto più grande dell’amore che porti stretto in silenzio nelle stanze del cuore.

Giuseppe La Mura nov 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

città

Ero appena arrivato in città, le luci della sera sfavillavano nei miei occhi, sembravano frammenti di vite altrui come schegge impazzite che si rincorrevano freneticamente da un capo all’altro di loro incroci obbligati davanti ai miei occhi, come se tutto il loro scorrere dovesse assumere per me un perchè. Era freddo dentro di me, non tanto fuori per strada e seppur ci fosse questo frenetico andirivieni di gente intorno a me, restai indifferente, come uno spettatore distaccato, disincantato, abituato a vedere e vivere queste scene coi propri occhi e col proprio cuore, un film già visto e vissuto. Speravo, sperai fino all’ultimo di incontrarti e vederti, ma in realtà era solo mia questa speranza, questa illusione. Allora sopraggiunse un vuoto, un senso di colpa improvviso, uno schiaffo auto inferto per svegliarmi, smettere di sperare, e solo allora capii di essere stato egoista solo a pensare di vederti, colpevole di provare un sentimento per te così grande da portarmi a raggiungerti per vederti, incontrarti, amarti. Mi spezzai l’Anima per far fuoriuscire ciò che avevo dentro. Aprii una ferita, l’ennesima e lasciai uscire tutto ciò che avevo dentro, un fiume in piena che tutto trascina via con se, senza porre argini, barriere. Ti aspettavo ancora ma guardavo nel vuoto che ora ritornavo ad avere dentro, un abisso fatto di silenzi, parole ferme tra il cuore e la gola, che non riuscivo a domare. Girovagai nei miei pensieri, senza muovermi da quella camera. Guardavo attraversando i vetri, le luci delle auto veloci, le luci ferme dei lampioni, gli autobus trasportare cuori e anime e pensieri in ogni direzione. Guardavo oltre, mi guardavo in un bar, seduto a bere, a riempire quel vuoto che colava dai bicchieri zeppi di alcool finissimo, inebriante, inutile, come tutti i fiumi di parole dette finora. Mi sarei ubriacato e avrei sentito lo stesso dolore, il vuoto, la solitudine, l’amarezza dopo tanto inutile dolce. Mi guardavo e seppur lì fermo, immobile, fu come se fossi uscito lo stesso, come se mi fossi ammazzato lo stesso, schiantato contro un muro per lasciar uscire l’Anima da un corpo finalmente rotto. E sentii che io non ero parte del tuo cuore, ero un passeggero, una foto d’un istante della tua vita, ero uno piombato così nel cuore della notte che può aspettare l’alba del giorno che arriverà. Ero solo uno stupido innamorato, che non ha nulla di meglio da fare che riversare su di te le speranze d’una notte che è soltanto da poco iniziata, un bambino che ha paura, un uomo perso dentro di se che non guarda in faccia la realtà. Uno che ti ama senza un perchè, mentre tu già sai tutto di me, di te e che fine sarà di Noi, se inizio mai ci dovesse essere. Ecco cosa capii, ancora per una volta, che non puoi Amare se non ti ammazzi nel Dolore, se non ti perdi e ti riprendi, se non cadi e ti rialzi e impari da te stesso cosa davvero vuoi dalla tua vita. Io lo sapevo, volevo dirtelo quella sera stessa, domani sembrava già così lontano e troppo tardi. Dovevo consegnarti il mio unico messaggio che sarà pure stupido, inutile, puerile, infantile, deleterio come lo è stato. Il mio è conoscere, sperimentare fino alla morte, soltanto con Te, tutte le facce dell’Amore.

Giuseppe La Mura nov 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web