#piccoleStoriediAmore

mani

Era pomeriggio. Circa le 16 e l’aria appena calda tra fine estate e inizio autunno. Io ero lì che aspettavo lei al nostro primo appuntamento. Si sentiva nell’aria già la malinconia dell’ autunno. Seduto fuori, al tavolino di un bar ad aspettare una donna mai vista prima ma che da tempo si era impadronita dei miei pensieri. Con gli occhi bassi guardare il display, con le dita nervose scorrere i messaggi. Come sarebbe andata? Mi sarei perso nei suoi occhi come da tempo sognavo di farlo nelle notti solitarie. Eccola. Arrivò giusto con qualche minuto di ritardo. Voleva farsi desiderare e si sarebbe fatta perdonare di lì a poco. Si descrisse bene su come si sarebbe presentata e vestita nei messaggi che mi mandò la mattina. Mi piaceva. A vederla ebbi un sussulto al cuore. Sentivo nodi in gola. Palpitare le labbra, il mio pene ergersi ed ingrossarsi. Mi piaceva star con lei. Avevo un desiderio di baciarla. Sentirla mia completamente. Persi entrambi in un bacio. Lei mi sorrise. Mi guardò e si avvicinò per abbracciarmi. Fu uno slancio stupendo il suo. Mi lasciai andare pure io e la bacia senza indugiare oltre. Sentii il fuoco delle sue labbra sulle mie. Sentii l’odore del rossetto scavarmi nel petto un tunnel dritto fino al cuore. La sentivo mia. Era mia. Nemmeno il tempo di pensare. Istintivo abbracciarlo come se lo conoscessi da sempre. Senza filtri a bloccare le emozioni. Solo la sua lingua che cercava la mia con delicata pazienza. Si stava trattenendo e lo sentivo dalla sua tensione corporea. Aprii di più le labbra e lo lasciai entrare. Avevo voglia del suo sapore in bocca. Avevo voglia di sentirlo addosso ai miei sensi. Le labbra attaccate e la lava fusa scorreva sotto le nostre lingue che si insinuavano fino a scendere a scoprire i pensieri più intimi. Senza più indugiare, un cenno mio, un semplice sorriso al quale lei rispose con estrema semplicità e ci incamminammo verso l’albergo stabilito. Avevamo voglia di stare soli. Di allontanarci dagli sguardi indiscreti d’un mondo che non ci meritava. Arrivammo in camera e ci abbracciammo con impeto crescente, con una foga tale da farci togliere ogni respiro. Le mura di quella stanza anonima erano il rifugio che cercavamo. Nemmeno per un attimo avrei immaginato che sarei andata fino in fondo. Sentirlo vicino, vedere come mi guardava, e sentire il suo fiato sospeso, in attesa di me. Mi districai dal suo abbraccio e gli sussurrai di aspettare. Nessuna fretta. Nessuna paura di non avere abbastanza tempo. Lui doveva ricordarsi di me, non di una donna che gli scopava il sesso in un letto anonimo di un albergo. Non era così che doveva andare. Piano…. mi staccai… e iniziai a sbottonare la camicetta troppo stretta sul petto prosperoso. Lui non respirava. Sentivo in suo sguardo bruciare la pelle. Feci scivolare la camicia e sganciai in reggiseno. Libera di toccarmi. Libera di farmi vedere. I capezzoli turgidi sfiorati dalle dita. Umidi i polpastrelli pizzicare piano. La voglia che iniziava a bloccare il respiro. E lui fermo. In paziente attesa. Lei si avvicinò. Mi fece sedere sul bordo del lettom Sentii il suo calore sul mio viso, sentii l’odore della sua pelle, il profumo che aveva indossato. Restai immobile a guardarla negli occhi che le brillavano. E scesi con gli occhi sul suo corpo statuario. Si avvicinò di più. Allargai le mie gambe. Mi trovai col suo seno sul mio viso. Mi avvicinai con delicatezza. Posi la testa li in mezzo. Poi iniziai ad accarezzarla. A baciarle le tette, a suggere dai suoi capezzoli turgidi. Leccavo e ingoiavo la sua carne sciolta sulla mia lingua ruvida e rovente. Ero impazzito. Ero pazzo di lei. Ero completamente fuso che strinsi le mie gambe attorno le sue. Sentii il mio fiato spezzarsi. La voglia bagnare le mutandine. Afferrai la sua testa e lo abbracciai stretto. I capezzoli turgidi erano come marmo. I seni pesanti colmi di rossore. Piano scesi in basso e aprii i pantaloni. Infilai una mano e sfiorai piano. Poi lentamente cercai le sue labbra. Lo baciai lenta e le mie dita tra la mia lingua e la sua. Il mio sapore in bocca. il mio sapore nella sua. Lei mi sorrise. Si fermò. Credette di esagerare. Ma io mi alzai. La presi stretta sui fianchi e la baciai, eravamo col petto nudi poggiandoci entrambi. La mia mano frugò nelle sue parti intime. Cominciai ad accarezzarla , infilarci un dito tra le labbra che colavano umori. E con la lingua la rovistavo nel cuore nell’anima fino a scoparmela nel cervello. Lei mi leccava. Erano baci e leccate stupende sulle mie labbra. Le bocche familiche. La spinsi sul muro. Mi tirai giù lo slip. Le poggiai il cazzo sul suo ventre e spingevo e baciavo. Lo sentivo muovere. Pesantemente era sopra di me e lo sentivo dominare. Non lasciava le mie labbra e continuava a invadere. Avevo voglia della sua lingua. E del suo sapore. Era troppo presto. Non era il momento per l’amore. A fior di labbra gli sussurrai di fermarsi. Lo vidi frenare, stupito e attonito. Il membro duro ed eretto, sembrava scoppiare. Piano lo accarezzai con dita sapienti e abbassai la testa. Il mio fiato lo fece rabbrividire. Le mani si muovevano su e giù… la lingua vogliosa prendere possesso del suo essere uomo. Riempire forte le labbra fameliche. Mi faceva venire i brividi quel suo modo di prenderlo e accoglierlo nella sua bocca. Sentivo pulsare la cappella ad ogni colpo di lingua che lei imprimeva con forza e delicatezza mentre con una mano lo teneva ben saldo sulle sue labbra. Mi sembrava che mi scoppiasse tanto era duro. Le presi la testa e cominciai a premerla ogni volta che lo prendeva in bocca. A lei piaceva. Mi guardò e sorrise. Ad ogni affondo io le tenevo la testa e spingevo col bacino. La scopavo e lei ingoiava tutto il mio cazzo. E i colpi divennero sempre più affondi di bacino e la cappella giù in gola. Si sentiva piena… la stava scopando senza pietà. Lo accoglieva vogliosa. Quella durezza estrema riempirle la bocca e fotterle i pensieri. Lo voleva troppo. Era talmente bagnata che non sarebbe resistita a lungo. Si staccò all’ improvviso e lo spinse sul letto. Si mise a cavalcioni e iniziò ad aprirsi. La durezza addosso fondersi col miele. Aprì le labbra e lo accolse dentro sè. In modo sensuale iniziò a muoversi. Affondi colmi di sesso e amore. Le mani aprire le pieghe bagnate. Lui osservare e iniziare a godere. La guardavo. Mi fotteva il corpo ma la testa ancor di più. Ero preso da lei. I seni danzavano coi suoi fianchi. Era sinuoso quel suo modo di muoversi su di me. Mi prendeva il suo ritmo tribale. Ogni affondo sentivo il calore il fuoco del suo vulcano dentro poggiarsi sulla cappella. E spingevo e sussultavo ad ogni suo battito di fianchi. Mi aveva conquistato. Non era sesso. Sentivo il suo cuore battere e correre verso il mio. Non era sesso nei suoi occhi. Non era sesso nei suoi seni. E il cuore batteva più del corpo come tamburi di antichi riti di fertilità. Il mio cuore correva e scivolava dentro il suo al pari del mio pene che scivolava lungo i pendii della sua rosa selvatica. E sentivo le spine dell’amore. Sentivo la gelosia della sua carne, sentivo le spine delle sue fragilità e paure, sentivo le spine delle sue future liti e incomprensioni. Ma la penetravo per amarla di più. Per farmi perdonare già delle prossime discussioni. La amavo già, oltre i miei egoismi, gli orgogli, oltre me stesso. E cominciai ad esplodere. Sentii un impulso partire dall’anima. Lei era pronta come me. Cominciai ad urlare di piacere e la cappella esplose come un vulcano il piacere caldo e denso dentro di lei. E lei godeva e gemeva. Spingi amore spingi. Affonda dentro di me.

Giuseppe La Mura ago 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

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lei

Alle stelle cadenti bisogna dare un senso, come ai desideri, ai sogni, come si da un senso ai baci. Sfiori un paio di labbra che desideri, che sogni da tempo immemore e in un attimo ti sembra di dar un senso a tutta la tua vita, scordandosi di quella passata. Poi, la notte passa, i baci restano come un ricordo serrato tra il cuore e le labbra, le stelle s’inabissano e si resta con un senso di vuoto che riempie i silenzi e gli squarci dell’Anima.
Acoltavo e ascolto sempre le note d’un piano quello suonato da Lyle Myes in “San Lorenzo” del Pat Metheny Group.
E vidi cadere su di me le stelle, inabissarsi nel cuore tutto l’amore di una vita.

Giuseppe La Mura ago 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

Era notte, ma tardi tardissimo. il buio inghiottiva luci di fari, di vie, mangiava le lucine delle case di quei temerari che restavano svegli per godersi il fresco che la notte donava inaspettatamente. L’asfalto rovente emanava con rabbia tutto il sole assorbito durante il giorno e anche se viaggiavo a velocità sostenuta sentivo tutto quel caldo salire dall’inferno nero su cui traghettavo la mia Anima.
Volersi bene, è un sentimento che si vive, non ci sono parole per descriverlo, nè promesse da fare.
E’ un sentimento da vivere, da condividere, cercare, volere, sperare e dare il tempo di crescere.
Correvo sull’asfalto nero, silenzio intorno, lacrime dentro, sorrisi, complicità, un caffè, la sigaretta e tanti pensieri che correvano nella testa, più veloci di me.

Giuseppe La Mura ago 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

lei

La notte ti porta malinconia, fa sentire nelle vene la pioggia scendere giù dal tetto che lentamente cade sui vetri, goccia dopo goccia. Permette di sentirti al riparo, chiusa in casa e nello stesso tempo ti avvolge in una insolita solitudine come fosse una insopportabile morsa al cuore.
Come se mancasse qualcosa, come se mancasse qualcuno che ci prenda e porti via, lontano da noi stessi.
La notte, quando piove la malinconia, ti accorgi che ti mancano i baci, come se mancasse il respiro che ti gonfia i polmoni e sollevasse il tuo petto. Come se mancasse sul tuo collo nudo una collana di bianche perle ad ornarti l’Anima che si sente sola.
E mentre fuori la pioggia cade, l’Amore batte inutilmente dentro, ti farà sentire come smarrita nel buio che cala sulla pelle e porterà via il calore di quelle infinite gocce di baci che desidereresti cadessero su ogni più piccola parte di Te.

Giuseppe La Mura lug 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

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dondolo

“La Grande Bellezza”
Questo film mi ha segnato moltissimo. È un film che ha ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali. La critica è stata invece molto impietosa. E questo ne ha decretato un successo ancor più grande. D’altronde se si rilegge ciò che successe al film di Fellini “La Dolce Vita” si intuisce che peggio si parla tanto più l’opinione pubblica focalizza l’attenzione e le vendite al botteghino aumentano.
Ognuno di noi interpreta ciò che vede e sente a modo suo, ognuno in se ha pareti del cuore e dell’anima più o meno grandi, come quelle d’una casa. E l’eco delle emozioni che ne consegue è diversa da individuo a individuo.
Ognuno cerca un senso della vita, ognuno a modo suo lo sente, lo cerca, non lo trova, riprova, e ognuno lo fa coi propri mezzi.
Ognuno di noi ha tante piccole grandi bellezze dentro di se. E le scopriamo sempre dopo lunghe e a volte inutili sofferenze che la vita ci impone. Io al momento non credo di aver trovato la mia grande bellezza. Però ci provo tutti i giorni con l’unico strumento che ho, metterci il cuore, come se fosse la mia faccia, in tutti i miei battiti e respiri, nei sogni, nell’amore, nell’amicizia, nei fogli e in tutto quello che non scrivo.

Giuseppe La Mura lug 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

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campo

Ci sono luoghi dove non potremmo mai giungerci se non ci incamminassimo verso i nostri limiti. Conoscere se stessi è ascoltare se stessi e imparare dagli altri cosa vedono in noi, come ci leggono. Mettere da parte l’orgoglio, il pregiudizio ed essere umili verso se stessi. Io penso di non avere alcuna verità in tasca se non quella che creo io ogni giorno, ad ogni passo lungo un non facile percorso. Ma non è detto che sia l’unica verità. Anzi non lo è affatto, altrimenti accrescerei pericolosamente il mio Ego. Il confronto col prossimo è sinonimo di intelligenza, sensibilità, volontà, altruismo. È cercare di stare in equilibrio su un filo sottilissimo. E le forme per il confronto sono molteplici. Riporre la fiducia nel prossimo è il passo più importante, quello più complesso. Una miriade di sensazioni ci portano lentamente ad affidare i nostri desideri, sogni, sconfitte a qualcuno, necessità di capire se stessi attraverso gli occhi di un altro. In genere non si dona a tutti e soprattutto la si dona dopo un periodo di profonda conoscenza.
Sapere di poterla affidare anche ad una sola mano è il dono più grande che facciamo a noi stessi. Ci permetterà di conoscerci e incamminarci verso nuovi limiti.

Giuseppe La Mura lug 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

foto

Io che dormicchiavo poggiato alla tua schiena, una mano sotto al cuscino e l’altra sul tuo cuore, sul tuo seno. La finestra spalancata e quel vento frizzante del mattino portava l’odore caldo e fragrante dei croissant del bar sotto al palazzo. Le campane della chiesetta del paesino richiamavano i fedeli mattinieri per la prima Messa di quella domenica. Tu mugolavi mentre ti baciavo la schiena e giocavo con la barba ad accarezzarti e farti il solletico. Quanto calore in quel nostro amarci in silenzio. Le parole scorrevano sulle labbra mie poggiate sul tuo corpo e tu le scrivevi nel tuo cuore. I capelli raccolti profumavano di vaniglia e fiori di campo e io ti rincorrevo ad occhi chiusi cogliendo in te ogni più piccola margherita.
Era una domenica normale. Il Cuore batteva forte. Ti sussurrai, ora mi alzo, devo andare in clinica mi hanno chiamato per un’urgenza, ma prima di andare via ti preparo il caffè.
Ti voltasti e con gli occhi chiusi sussurrasti di tornar presto, volevi che mi perdessi su quel letto a raccogliere con te farfalle e fiori, per abbracciarci e sorridere senza un perchè.

Giuseppe La Mura lug 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

#piccoleStoriediAmore

bacio

Mentre la baciavo come un fiume in piena, pensavo alle mie emozioni da scriverle sul corpo, tutto ciò che provavo per lei per lasciargliele sul Cuore, tutto il profumo del mio Amore.
Sapevo che quella notte non sarebbe durata in eterno.

Giuseppe La Mura lug 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

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due

-“Cosa c’hai tu in dote ? Cosa porterai in questa relazione ? Cosa ti aspetti da questo nostro sentire in comune ? Quali pretese avanzerai da me ?
Io ti porterò le mie fragilità, le mie paure, i miei bui fitti, le cicatrici, le crepe nei muri, i silenzi devastanti, le innumerevoli sconfitte.
Te le offrirò sul letto, nudo come l’ultimo degli ultimi, senza pretese quando cercherò di starti accanto, proverò a darti tutto quel poco di buono che c’è rimasto ancora in me, ti lascerò libera di andare e camminare per la tua vita quando non mi vorrai più al tuo fianco. Ti starò accanto, ti prenderò per mano, cammineremo insieme, proverò ad essere migliore se tu mi permetterai di essere migliore, se mi darai fiducia, se mi aiuterai, se crederai in me.”-

-“io ti darò me stessa, lascerò un pò di spazio nel cuore per i miei giorni di lacrime, perchè anche se hai tutte le intenzioni buone di questo mondo già so che mi farai del male. Io ho conosciuto i dolori, se guardi bene li ho scritti tutti nelle rughe, solchi di lacrime e sale di trascorsi amori. Con te sarà diverso, sarò più matura di prima, sopporterò meglio, sarò migliore, avrò meno isterismi, sarò più presente, non cederò il passo allo sconforto, ti parlerò di notte dopo aver fatto l’amore. Ti farò sentire a casa con i problemi quotidiani di sempre, con le mie piccole gioie e soddisfazioni. Ti sarò amica, ti dirò di quanto sto bene con te e non ti consumerò tra i rimpianti di ciò che non ho mai fatto di buono nella mia vita.”-

Giuseppe La Mura lug 2017
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web