La Casa a Strapiombo sul Mare

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–  Capitolo VII –

Lui scriveva per dimenticare, per non sentir dolore, per allontanarlo dal cuore. Lui era uno di quelli a cui bastavano poche e sincere parole. Lui era quello che se amava Lei era disposto a lasciarla andare se Lei stessa diceva che dopo aver fatto l’Amore, sarebbe ritornata dal suo Lui. Era fatto così, schivo, introverso, con l’Anima a brandelli, nessuna Donna lo avrebbe più potuto ricucire, perchè nessun amore sarebbe stato così grande e soprattutto puro e sincero tale da ridargli fiducia nell’Amore. Lui amava, era la sua unica difesa. Era come quelle vecchie barche, apparentemente arrivate alla fine dei loro giorni, che si trovano al porto e che nonostante le apparenze solcano ancora i sette mari. Stava lasciando poco a poco la sua vita, oramai gli interessava poco, quel giusto e necessario bagaglio per aver un’Anima leggera, non più appesantita dalle circostanze, dalla noia della gente, dalle forzature che la società voleva imporre a tutti i costi per uniformarlo. E di amici, e di amori, oramai non si nutriva più da tempo, non aveva mai avuto e incontrato che gli avesse preso tutte le sue debolezze e le avesse semplicemente accarezzate, amate, come si può accarezzare un invisibile raggio di sole, lasciandosi trapassare dal suo calore. Si, non aveva mai incontrato chi davvero avesse mai voluto farsi trapassare dal suo amore, dal suo calore. E dell’Amore vero gli restavano soltanto parole da scrivere, cercare, trovare, tra gli occhi di chi incrociava, di chi lo ammantava di solitudine, di chi trascorreva inutili notti al suo fianco senza nemmeno cercare il respiro vitale, il battito del cuore che c’era in Lui. Era nato per soffrire in silenzio, per nutrirsi di solitudini dopo solitudini, di amarezze vere, di sconfitte dopo sconfitte. Ma non era più in grado di portarsi sulle spalle gli orrori dei tradimenti, degli inganni, delle ipocrisie di chi lo voleva raccogliere con le adulazioni come quando si coglie una mela rossa da un albero. Oramai vedeva negli occhi della persone che lo circondavano le più diverse forme di possesso, di meschinità, di finzioni, di maschere, che erano usate per prendere da Lui la linfa vitale, per capire cosa lo rendesse diverso dagli altri uomini. Erano soltanto mezzi e sotterfugi per poter rubare tutto, anche il Cuore, a costo di ucciderlo e abbandonarlo.

Giuseppe La Mura ago 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

La Casa a Strapiombo sul Mare

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– Capitolo VI –

Decisi di scriverle, di presentarmi innanzi a Lei con una lettera. Sarebbe stato un approccio molto garbato, gentile, direi retrò vecchia maniera. Lei in qualsiasi tipo di relazione adorava le buone maniere, l’educazione, il rispetto, la serietà, la cordialità. E cosa migliore di una lettera scritta di getto con l’inchiostro di china, nero, lucido, che lasciva dei solchi sul foglio di pergamena avrebbe suscitato in Lei sicuramente interesse per il contenuto. Le scrissi chiedendole come stesse, cosa stesse facendo, dove abitasse ora. Le scrissi che mi mancava, che mancava il suo profumo, la sua essenza, la sua Anima dentro la mia. Erano parole di getto come foglie portate dal vento, erano frasi dirette e sparate per arrivare dritte al Cuore, senza preamboli, senza compromessi, senza nascondermi tra le trame degli inutili orgogli e pregiudizi, assolutamente non volevo darle questo messaggio. L’Amore è scritto in manuali, saggi, di Poeti, Filosofi, Erranti Scrittori. Ma l’Amore vero è soltanto quello che non risponde a nessuna regola, nessuna legge, nessuna logica. L’Amore è quello che non ti da pace e respiro, ti fa piangere e ridere senza alcun motivo, ti rende libero e schiavo.

Giuseppe La Mura lug 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

Caro Amore,
ho pensato di scriverti una lettera con la china nera, su una vecchissima ingiallita carta di pergamena che producevano qui ad Amalfi qualche tempo addietro. E’ da giorni che non ricevo Tue notizie, è da giorni che queste mie mani non accarezzano più le Tue, è da giorni che non posso più follemente perdermi nel mare dei tuoi occhi mentre poggio le deboli e farneticanti labbra sulle carnose rosse tue. Non ho più parole da quando sei sparita, non ho più coraggio a scrivere, a vivere, è come se mancasse l’aria ai pensieri, la forza, la spinta necessaria per sopravvivere. Dicono che l’Amore renda deboli, imprecisi, goffi nelle movenze. L’Amore rende semplicemente folli, perchè lo conosci, lo sfiori, lo tocchi, lo vivi dentro nelle Assenze, nelle mancanze, proprio come quando al giorno viene meno il Sole e prepotentemente subentrano le tenebre della notte. E io sono così, ora, senza più Te, sono come un giorno che non ha più albe. Sono come un uomo nudo, al freddo, senza più dignità. Ma sono vero, fragile, umile, senza veli dell’orgoglio e della vanità. Spero che Tu, ovunque sia e con chiunque sia, possa essere felice. Mi basta sapere soltanto questo e, credimi, non è possessione o gelosia la mia, non è desiderio di bramosia. E’ soltanto sapere che Tu sia serena e tranquilla. E se non lo fossi mi rammaricherei e ti direi di parlarmi, di chiamarmi, di lasciarti andare come non hai fatto mai. Ti ascolterei, correrei lì da Te se solo Tu volessi, verrei anche in capo al mondo. E se avessi voglia di evadere, di viaggiare, distrarti, sappi che come sempre, la mia casa è aperta soltanto e solo per Te. 
 
Giuseppe

La Casa a Strapiombo sul Mare

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– Capitolo V –

Erano oramai diversi giorni che Lei non si faceva più sentire, ne al telefono ne andando a trovarlo a casa. Era accaduto già altre volte, in passato e sicuramente sarebbe accaduto anche in futuro. Lei era così, voleva tutto dalla vita e non si risparmiava di prenderlo e portarselo dentro di se. E Lui soffriva, in silenzio, come si soffre quando sei in cima ad una vetta col vento che vorrebbe portarti via e non ci riesce perchè non si sa come ma si resta attaccati come un fiore selvatico nato e cresciuto tra le rocce, sopravvissuto al vento, al freddo, alla neve e ghiaccio, al sole. Di sicuro aveva incontrato un altro Uomo, di sicuro sarebbe stato un tipo interessante se avesse tardato così tanto a dare notizie di Lei, dimenticandolo completamente. E i minuti erano ore, e le ore erano giorni, e i giorni secoli che si muovono pesanti, lenti, senza scorrere, tempo che stagna trascorrendo la vita con l’Anima in un pantano fangoso, molliccio, lugubre, il pantano della gelosia, quella che fa più male perchè la lasciava morire dentro. E di quelle innumerevoli piccole carogne, il cuore si nutriva e l’angoscia saliva, sempre di più. Le volte precedenti il fuoco delle passioni si spegneva entro la settimana dall’inizio della loro conoscenza, stavolta erano passati giorni, dieci, e di Lei ancora nessuna notizia. Se la immaginava sul letto, mentre scopava, faceva l’amore, rendeva servigi di sesso in cambio di altro sesso ancora, per divertimento, per conoscere il resto degli uomini che reputava all’altezza dei suoi istinti e interessi, come diceva Lei a Lui ogniqualvolta ritornava tutto alla normalità. Lei non s’innamorava, e tanto meno non prendeva una sbandata per ogni Uomo che le stuzzicasse il corpo, la mente, le accendesse il sangue, le infiammasse le parole intrise d’amore cresciuto in seno al sesso. Questa volta c’era qualcosa di più e il bene che si volevano sarebbe bastato ben poco a tenere in piedi la loro amicizia e relazione, la loro intesa di mente e sesso. Lui aveva ben poco da fare, era stressato da queste continue attese, era logoro, non poteva darsi pace e sperare, perchè l’età avanzava e soltanto la speranza, solo questo, gli restava e l’Amore per Lei era diventata la sua vera quanto inutile schiavitù. Lei invece aveva tutto, la libertà di sentirsi viva, amata, toccata, sfiorata, da chi decideva Lei. A Lui restavano le illusioni, i ricordi, le ore trascorre insieme, un quadro disegnato da Lei, una Poesia, e l’Anima gettata al Vento. A Lui restava la scelta di amarla ancora, se fosse ritornata.

Giuseppe La Mura lug 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

La Casa a Strapiombo sul Mare

 Capitolo IV –

Era un pomeriggio di Luglio, mare color petrolio, calmo e denso come cera di candele spente. Andai in spiaggia, andai al mare, a tuffarmi e gettare via con me tutto ciò che mi zavorrava l’Anima. Ascoltavo nella mente SpaccaCuore di Samuele Bersani e mi domandavo se fossi davvero io quello descritto in quel testo, in quella musica spaccaAnima. Amore impossibile, miele avariato, paure ed emozioni. Ero preso dal delirio interiore, un dolore da squarciare persino quel cielo blu poggiato sul mare verde petrolio. Mi tuffai, acqua gelida e sangue bollente, mare di ghiaccio e corpo di fuoco. Mi sentivo scoppiare il Cuore, lacerare le vene,  avrei voluto urlare, ma lasciai che tutto restasse dentro, eterno infinito soffrire confinato nel mare salato dei miei occhi. Sarò annegato chissà quante volte in un bicchier d’acqua ma nel mare mai. Eppure c’ho provato ma non ci sono mai riuscito. Sono troppo scaltro con me stesso, mi difendo dai miei stessi mali, li conosco, li evito, li affronto. Con gli altri no, quando sono poi innamorato colo a picco dentro me stesso senza opporre resistenza, muoio lentamente per Amore, amore impossibile il mio. Quanto dolore inutile, sciupato come fiore che appassisce d’estate al sole, d’inverno al ghiaccio di un Cuore. E allora, soltanto allora scendo al mare, d’estate, m’asciugo le lacrime, osservo la spuma che arriva lenta sulla spiaggia e, inesorabile, viene inghiottita dalla sabbia vulcanica nera e muore silenziosa dopo l’ultimo spumeggiare.

Giuseppe La Mura lug 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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La Casa a Strapiombo Sul Mare

– Capitolo III –

Era sul tardi di una sera d’estate, di un mese di luglio. Lui era lì sempre solo, avvolto dalla sua solitudine e dai sui ricordi di un passato da dimenticare che invece gli restava inchiodato accanto, appiccicato come la salsedine sulla pelle. C’era il Vento, il Mare, che erano agitati, troppo, anche per i suoi gusti. E per Lui erano presentimento che qualcosa sarebbe accaduto quella Notte. Cercò di dormire ma non ci riusciva, troppo fragoroso l’infrangersi del Mare, le sue onde, il vento che scuoteva le tende, quasi a portar via l’Anima da quel corpo, da quella casa. D’un tratto, sentì dei passi, sui ciottoli fuori la porta, il rumore di scarpe coi tacchi, l’aprirsi della porta e l’avanzare deciso e irruento di una Donna, che stava entrando e cercando proprio Lui. Non si mosse, sapeva che era incazzata nera e furiosa con Lui, lo era sempre quando Lui la cercava. E lo era puntualmente quando le manifestava troppo interesse, troppo bene, troppa sensibilità per quella Donna Dolce e stronza più del dovuto. Lei infatti puntualmente gli rinfacciò tutto quello stupido Amore, quelle inutili attenzioni, quel suo volerle bene che per Lei era solo sinonimo di volgarità di bassa lega, troppo basso per Lei che era abituata a ben altri livelli. Discutevano, s’incazzavano, volavano libri e parole, ma andava a finire che facevano sesso, scopavano all’impazzata. Lui la sbatteva e la trattava per quello che Lei stessa l’accusava. Erano due matti a cui il sesso andava più che bene per scaricarsi e rigenerarsi, Lei per sciogliersi di tutte quelle negatività inutili che le arrovellavano il cervello, Lui per svegliarsi dal torpore di inutili giorni passati a guardare il mare. I preliminari erano alla base e di dolce non c’erano nemmeno gli umori. Lui le stracciava l’intimo di dosso, Lei lo schiaffeggiava mentre Lui la prendeva. Era una guerra, che terminava soltanto quando lui la inchiodava su quel maledetto letto bianco intriso di solitudine maledetta e le faceva dimenticare le parole, le faceva ingoiare una ad una mentre con estrema delicatezza la baciava sulla fronte, sui capelli, sulla bocca, sui seni e la lingua che cancellava tutte le parole brutte e distorte che Lei gli aveva detto. E mentre la baciava, la penetrava fissandola negli occhi, concentrandosi sullo sguardo ribelle e dolce, e più la guardava più i colpi erano profondi, sempre più intensi, più decisi, fino a toccarle l’Anima. E proprio in quegli istanti Lei lo prendeva per i fianchi e gli penetrava le unghie affilatissime nella carne, lasciandogli un Dolore dentro che gli provocava l’orgasmo e segni indelebili, marchiandolo con le sue stesse iniziali. Lei a quel punto si scioglieva in carezze difficili e avventate, quasi sempre in ritardo, perchè godeva a sentirsi così profondamente stronza e puttana davanti a quegli occhi troppo dolci per Lei. E la Luna sbirciava tra le tende, puttana anche Lei, voleva la sua parte.

Giuseppe La Mura lug 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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la casa a strapiombo sul mare

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-Capitolo II-

Era Estate, di chissà quale anno, di chissà quali amori.Tutto ciò che importa è che era una mattina calda d’estate e c’era una casa con vista a strapiombo sul mare, era una casa in collina.Abitavo lì da tempo, da sempre, con il disordine di sempre, con le imposte sempre semiaperte che lasciavano entrare quel che occorreva di tutta quella luce accecante e soprattutto entrava la brezza di mare, l’aria sapida densa di onde marine e tempeste antiche placate. Le tende, le lenzuola erano profumate di salsedine salmastra. La casa sulla collina era raggiungibile solo a piedi, percorrendo un lungo viale alberato da pioppi e pini marittimi. Lasciavo sempre casa aperta, perchè Lei veniva quando ne aveva voglia, a qualsiasi orario senza bussare e la trovavo al mattino al mio risveglio in cucina a preparare il caffè, la colazione con il suo odore mischiato a quello del pane caldo ricoperto di dolci marmellate che preparava Lei. Altre volte me la ritrovavo seduta in poltrona nel piccolo studio intenta a leggere i miei appunti sparsi dovunque, anche quelli che avevo gettato appallottolando le carte. Anzi di quelli mi diceva sempre qualcosa di buono, di recuperare quel pezzo, quelle parole, quei paesaggi. A volte me la ritrovavo nel letto, nuda, libera, coperta dalle sole lenzuola che odoravano di salsedine e pini, che ora profumavano anche di Lei e dei suoi caldi umori, coperta fino al collo e con gli occhi mi invitava ad amarla come sapevo fare solo io, come voleva Lei. Amarla per ciò che era, ciò che sognava, essere libera, come avevo sempre desiderato io, come desiderava Lei

Giuseppe La Mura giu 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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la casa a strapiombo sul mare

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– Capitolo I –

Percorrerai un lungo viale alberato di pioppi a entrambi i lati. Di questa stagione se soffri di allergia al polline, ti sconsiglio di venire. Cade a fiotti il polline dai pioppi ed è uno spettacolo vedere batuffoli cadere giù leggeri, trasportati dal vento. Sembra una pioggia incessante di finissimo zucchero filante. Con l’auto non puoi raggiungermi, la strada è sterrata, impervia e stretta. Verrai, ma tanto non verrai, a piedi e pertanto porta un foulard da poggiare sui capelli, una giacca leggera di nylon su cui possa scivolare il polline altrimenti arriverai imbiancata davanti al cancello di casa. Ecco, quando sarai giunta alla porta spingi ed entra, la lascio aperta, tanto so già che non verrai. Entra e percorri il corridoio poco illuminato, stai attenta agli scaffali impolverati e ai piccoli tavolini con soli tre piedi, in bilico perchè stracolmi di libri. Mentre cammini fai attenzione a non inciampare ai libri lasciati a terra. A volte prendo i caffè sdraiato sul pavimento mentre leggo e capita di dimenticarli proprio lì. Man mano che percorrerai il corridoio vedrai a destra e sinistra piccole stanze, poco illuminate, con le imposte aperte e le tende che svolazzano senza tregua. Ti sembrerà di udire il mare, non ti sbagli. La casa sorge su un promontorio a strapiombo sul mare. In una stanza vedrai il pianoforte al centro, giusto un piccolo raggio di luce sul leggio e nulla più. Man mano che percorrerai il corridoio seguirai le tracce lasciate da pollicino. Piccole cartacce sparse e appallottolate e comincerai a sentire il ticchettio di una tastiera. Ti sembrerà strano, si infatti è metallico. Non uso il pc per scrivere ma una vecchia Olivetti 32 da battaglia. Entra e se ci sarai mi alzerò, e verrò verso di te. Altrimenti, se non sarai lì, continuerò a darti le spalle e noncurante della tua assenza continuerò a scrivere, magari proprio a Te, come in questo momento. Se verrai ti bacerò, ti ruberò i pensieri, gli sguardi, le mani poggeranno sulle tue, sui tuoi fianchi, sul tuo corpo. E se vorrai, e se verrai, faremo l’Amore nel letto della stanza bianca, quella con tutte le poesie scritte sui muri. E, te lo dico già da ora, non saremo soli. Troverai amanti ovunque, tra le lenzuola, nascoste sotto al letto, negli armadi, anche nel comodino. Io non sono mai solo, tutte le notti leggo di poeti e poetesse, annuso gli umori, mi nutro delle loro essenze, ci faccio l’Amore con l’Anima. Se verrai stasera, ad esempio, mi troverai con alcune Donne Sylvia, Irene, Anna, Saffo, Sulpicia. A volte potresti trovare anche Uomini nel letto, Pierpaolo, Giosuè, Pablo, ad esempio. Si, ma tanto tu non verrai, cosa te le racconto a fare le mie malattie? A cosa servirebbe ? Tu giungerai davanti al viale alberato, spulcerai in lontananza qualche piccolo dettaglio e ritornerai sui tuoi passi. Funziona così, anche perchè l’ho appena scritto. Il destino s’è compiuto. Ma ti aspetto, io ti aspetto, verrai ?

Giuseppe La Mura mag 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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#la casa a strapiombo sul mare

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– Introduzione –

Forse, un giorno, uno di quei giorni che non sprofonderò nelle mie fragilità e riuscirò a sorreggermi coraggiosamente e avvolto dalla mia irrefrenabile disperata voglia di solitudine, sentirla crollare come una casa di mattoni dentro l’Anima, quel giorno scriverò di quanto spazio infinito e inutile c’è dentro me, nell’attesa di vederti, dentro e oltre ancora, sentire i palpiti, vivi, battermi tra le mani, trattenerli in gola, ingoiarli di nuovo nel petto.
Forse, non so quando, ma un giorno ce la farò a scriverti.

Giuseppe La Mura mag 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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