Non farmi scappare – Capitolo VI

369b384fdf091c09f091c60a312eb8b1.jpg

Capitolo VI

Per noi non c’era una casa fatta di mattoni, pareti bianche, finestre, ne suppellettili comprate dal ritorno dei nostri viaggi, anche i viaggi non li avremmo mai avuti. Il nostro tempo era concentrato a pochi attimi, vissuti intensamente, densi, pieni di emozioni fortissime, a volte violente. L’incontro era di una bellezza indescrivibile, impetuoso, irresistibile, forte, tenace. Sembravamo due ragazzini che scappavano via di casa per incontrarsi al parco, lontano da tutti, seduti su una panchina dietro le siepi a baciarsi, toccarsi, sfiorarsi, oppure due adolescenti che correvano in bici lungo il mare, annusavano l’aria, la brezza, la voglia di libertà, di coprirsi di baci e di carezze al tramonto. E i nostri addii erano violenti più degli incontri. Sembravamo due che dovevano scappare via all’improvviso, come se fuori ci fosse il coprifuoco, e ci salutavamo così rapidamente che il distacco era forte, brusco, a volte drammatico. Sembrava che l’amore che avevamo fatto insieme prima fosse cancellato, come quando si abbatte il mare sulla spiaggia e porta via con se tutto, lasciando il vuoto assoluto. Era violentissimo il nostro amore, come le tempeste improvvise, non c’era mai dato il tempo di un preavviso. Ed era altrettanto violento far insieme l’amore. Era di una violenza dolce, rassicurante, perchè i nostri corpi erano lì da soli, insieme, uniti, l’uno dentro l’altro. Erano sensuali, misteriosi, complicati i modi che avevamo per fare l’amore. Coi discorsi, coi silenzi, con gli sguardi e non erano mai scontati, mai decisi a tavolino, prima di ogni incontro. Avevamo soltanto una gran voglia e desiderio di stare insieme, di toglierci di dosso le solitudini della vita, le amarezze, le tristezze. Avevamo soltanto voglia di sentirci l’una addosso all’altro per tenerci compagnia, per aiutarci ad andare avanti, a tenerci idealmente per mano quando non saremo potuti stare insieme. Non era sesso, era amore, e parlavamo tanto prima e dopo aver consumato il sesso. Ci baciavamo prima e dopo, ci confrontavamo negli sguardi, nei silenzi che parlavano di emancipazione dell’amore, di un nuovo modo, un nuovo concetto di stare insieme, amarsi, tra uomo e donna. I suoi occhi leggevano i miei e io facevo lo stesso con lei. Era bello accarezzarla mentre eravamo in silenzio, mentre preparavamo l’amore nel letto, mentre lei dormiva nelle ore della notte. Le accarezzavo le gambe, le baciavo la schiena, infilavo il mio viso tra le sue scapole, la stringevo forte fino a sentirla respirare, risuonare dentro di me. Era come stare sul mare d’inverno, vederlo infrangersi sui frangiflutti. Era ed è immenso stare accanto a lei, poca quiete, tanta tempesta. E io amavo alla follia quella sua tempesta, quel suo partire e tornare, andar via e ritornare. Non c’era nulla di stabilito, ogni volta che l’abbracciavo, dentro di me mi chiedevo se fosse stata l’ultima volta e poi non l’avrei più rivista perchè non sarebbe tornata. E allora mi ubriacavo di lei, dei suoi capelli, del suo viso, dei suoi occhi, l’amavo molto più di quello che vedeva lei, non parlavo, mi ammutolivo per interiorizzare, fotografare, dipingere sul cuore quel momento per non dimenticarlo mai. E così anche quando facevo l’amore, le davo tutto di me, ogni più piccolo pezzo perchè lei mi ricordasse così. Si, l’amore è un viaggio, avrei voluto lei come mia compagna di viaggio, ma lei aveva sempre un treno pronto per tornare a casa, da sola, senza di me e io lo sapevo fin da sempre e non potevo pretendere nulla da lei. Imparai cos’è l’Amore. Essere due rive distanti che per pochi attimi s’incontrano, si toccano, si sfiorano e poi si separano di nuovo, senza sapere mai se si rincontreranno di nuovo e in questa assurda consapevolezza c’era la forza misteriosa che ci univa, c’era tutto il bene profondo, disinteressato, c’era la forza misteriosa dell’amore.

Giuseppe La Mura ago 2019
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web