Don’t You – Simple Minds

“Don’t You”

 

Hey, hey, hey, hey
Ooh woh
Won’t you come see about me?
I’ll be alone, dancing you know it baby
Tell me your troubles and doubts
Giving me everything inside and out and
Love’s strange so real in the dark
Think of the tender things that we were working on
Slow change may pull us apart
When the light gets into your heart, baby
Don’t you, forget about me
Don’t, don’t, don’t, don’t
Don’t you, forget about me
Will you stand above me?
Look my way, never love me
Rain keeps falling, rain keeps falling
Down, down, down
Will you recognize me?
Call my name or walk on by
Rain keeps falling, rain keeps falling
Down, down, down, down
Hey, hey, hey, hey
Ooh woh
Don’t you try and pretend
It’s my feeling we’ll win in the end
I won’t harm you or touch your defenses
Vanity and security
Don’t you forget about me
I’ll be alone, dancing you know it baby
Going to take you apart
I’ll put us back together at heart, baby
Don’t you, forget about me
Don’t, don’t, don’t, don’t
Don’t you, forget about me
As you walk on by
Will you call my name?
As you walk on by
Will you call my name?
When you walk away
Or will you walk away?
Will you walk on by?
Come on, call my name
Will you call my name?
I say
(Lala la la lala la la)
Will you call my name?
As you walk on by
10/01/2019
Annunci

La Casa a Strapiombo sul Mare – Cap VI

lei

– Capitolo VI –

“Decisi di scriverle, di presentarmi innanzi a Lei con una lettera. Sarebbe stato un approccio molto garbato, gentile, direi retrò vecchia maniera. Lei in qualsiasi tipo di relazione adorava le buone maniere, l’educazione, il rispetto, la serietà, la cordialità. E cosa migliore di una lettera scritta di getto con l’inchiostro di china, nero, lucido, che lasciva dei solchi sul foglio di pergamena avrebbe suscitato in Lei sicuramente interesse per il contenuto. Le scrissi chiedendole come stesse, cosa stesse facendo, dove abitasse ora. Le scrissi che mi mancava, che mancava il suo profumo, la sua essenza, la sua Anima dentro la mia. Erano parole di getto come foglie portate dal vento, erano frasi dirette e sparate per arrivare dritte al Cuore, senza preamboli, senza compromessi, senza nascondermi tra le trame degli inutili orgogli e pregiudizi, assolutamente non volevo darle questo messaggio. L’Amore è scritto in manuali, saggi, di Poeti, Filosofi, Erranti Scrittori. Ma l’Amore vero è soltanto quello che non risponde a nessuna regola, nessuna legge, nessuna logica. L’Amore è quello che non ti da pace e respiro, ti fa piangere e ridere senza alcun motivo, ti rende libero e schiavo.”

Giuseppe La Mura 27 lug 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

Caro Amore,
ho pensato di scriverti una lettera con la china nera, su una vecchissima ingiallita carta di pergamena che producevano qui ad Amalfi qualche tempo addietro. E’ da giorni che non ricevo Tue notizie, è da giorni che queste mie mani non accarezzano più le Tue, è da giorni che non posso più follemente perdermi nel mare dei tuoi occhi mentre poggio le deboli e farneticanti labbra sulle carnose rosse tue. Non ho più parole da quando sei sparita, non ho più coraggio a scrivere, a vivere, è come se mancasse l’aria ai pensieri, la forza, la spinta necessaria per sopravvivere. Dicono che l’Amore renda deboli, imprecisi, goffi nelle movenze. L’Amore rende semplicemente folli, perchè lo conosci, lo sfiori, lo tocchi, lo vivi dentro nelle Assenze, nelle mancanze, proprio come quando al giorno viene meno il Sole e prepotentemente subentrano le tenebre della notte. E io sono così, ora, senza più Te, sono come un giorno che non ha più albe. Sono come un uomo nudo, al freddo, senza più dignità. Ma sono vero, fragile, umile, senza veli dell’orgoglio e della vanità. Spero che Tu, ovunque sia e con chiunque sia, possa essere felice. Mi basta sapere soltanto questo e, credimi, non è possessione o gelosia la mia, non è desiderio di bramosia. E’ soltanto sapere che Tu sia serena e tranquilla. E se non lo fossi mi rammaricherei e ti direi di parlarmi, di chiamarmi, di lasciarti andare come non hai fatto mai. Ti ascolterei, correrei lì da Te se solo Tu volessi, verrei anche in capo al mondo. E se avessi voglia di evadere, di viaggiare, distrarti, sappi che come sempre, la mia casa è aperta soltanto e solo per Te. 
 
Giuseppe

Elle, l’Amour et Paris – Cap II

tmp_a35a545aa1d854d8e4ad6801fb385edd

-Capitolo II-

“Era un pomeriggio freddo, uno dei tanti pomeriggi piovosi, umidi e freddi di fine dicembre a Parigi. E ricordo bene anche la data, era il 21 dicembre dell’anno 2013 che volgeva oramai al termine. Studiavo biologia a Parigi, mancavano ancora diversi esami prima di conseguire la tanto agognata License. Non avevo altro di meglio da fare quel pomeriggio e uscire per la capitale, anche con il freddo, non mi fermava anzi mi appassionava come sempre, conoscere luoghi, posti, tradizioni e soprattutto era il pretesto per conoscere nuove persone, le donne. Avevo ascoltato dai miei colleghi universitari di storie, fatti e misfatti delle donne parigine. Le osservavo ovunque andassi ed effettivamente rimasi folgorato dal loro portamento, era come osservare la raffinatezza che camminava. Mi incantavano, anche senza parlare. Portatrici sane di una femminilità magnetica, composta, semplice ma superba. Quel pomeriggio decisi di andare al Musee d’Orsay, era il pomeriggio adatto per il Museo, tempo soltanto da dedicare a me, alla mia Anima. Ero diretto verso gli “impressionisti” e Monet era il prescelto. Dopo visite al piano terra e a quello ammezzato, mi recai al piano sopraelevato e con tanto di guida alla mano, cominciai, quadro dopo quadro, dipinto dopo dipinto, ad immergermi nelle Anime degli impressionisti più acclamati. Vagavo da un mondo all’altro, da un paesaggio all’altro, da un umore all’altro. Era un vero e proprio sentiero che si apriva nell’Anima, varcava i confini del cuore, delle emozioni, lasciandomi trasognare ad occhi aperti, immedesimarmi nelle loro ricerche estenuanti delle sensazioni, emozioni, che volevano trasmettere. Nella sala 34 giunsi dopo un lungo soffermarmi tra dipinti ed emozioni che si aprivano come si apre il cielo, dopo giorni e giorni di pioggia, finalmente al sole. Entrai e rimasi folgorato, c’era davanti ai miei occhi Claude Monet, Tempête, côtes de Belle-Ileen 1886 huile sur toile. Ma non era il quadro a lasciarmi a bocca aperta. Davanti al quadro, una Donna. Silenziosa, avvolta in un vestito di raso, Rosso come il Fuoco, due piccoli orecchini Rossi, sembravano vivi e contenere sangue rubino. Era lì, immobile, testa china appena accennata sul lato sinistro e incantata, immobile, a guardare il dipinto, la Tempesta di Monet. Sembrava, a prima vista, una porcellana di Sevres, delicata bella, molto preziosa. Occhi con dentro il Mare, cristallini, puliti, luccicanti come il raso del suo vestito rosso, e se avesse avuto in quegli attimi la Tempesta dentro, non lo avrei mai potuto sapere guardandola soltanto in quell’istante. Io ero molto di più che in una semplice Tempesta, ero oramai completamente stato catapultato e affondato nel baratro dei suoi occhi, nella sua tempesta interiore, e Monet non sarebbe stato capace di tanta fervida immaginazione a dipingere un volto di Donna, quella Donna che era lì accanto a me. Io oramai ero impressionato da tanta languida, silente, docile bellezza. Ero estasiato, ero…ero accanto ad una Donna la cui beltà era di gran lunga superiore a tutti i dipinti messi insieme presenti nel Museo, stipati tutti lì in quella vecchia stazione dismessa, appunto d’Orsay. Lei mi guardò, incuriosita, io avevo gli occhi oramai incollati sulle sue labbra, carnose, turgide, succose, due fragole, due piccole more, due esili morbidi tappeti di carne che sentivo uccidermi, strapparmi l’Anima soltanto a guardarle. Mi ripresi e le chiesi se avesse il mare in Tempesta. Sorrise e mi disse di Si. E poi aggiunse: -“Anche Lei, ha il mare in tempesta, Monsieur ? ” – Non sapendo cosa rispondere, perchè avevo la bocca asciutta, le labbra serrate, la lingua secca, mi rivolsi come uno stupido universitario quale mi sentivo e mi presentai così: – “mi chiamo Giuseppe, e Lei ? è francese, è parigina? ” -. Lei sorrise e sussurrò avvicinandosi all’orecchio: – “No, non sono parigina e mi chiamo Charlotte”-. Era un pomeriggio d’inverno, quel 21 dicembre del 2013, e mai come quell’anno sentii, dopo qualche giorno, quando ci ritrovammo seduti ad un caffè e poi a far l’amore nella mia umile stanza, che l’inverno non era tanto freddo come lo era stato gli ultimi anni.”

Giuseppe La Mura 28 lug 2016
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web