Camminerai

Attraverso i giorni i mesi e gli anni

Camminerai

E non ti volterai mai a guardarti indietro.

Camminerai

Attraverserai i misteri dell’amore

E ogni tuo passo

Sarà uno in più che t’allontanerà dal passato

Mentre l’altro ti avvicinerà al futuro.

 

Giuseppe La Mura dic 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

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Giacomo Leopardi

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DIALOGO di un VENDITORE d’ALMANACCHI e di un PASSEGGERE

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere. Come quest’anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

G. Leopardi “operette morali”

Questa follia di conservare

I ricordi

Le carte scritte

Tramonti di foto e poesie

Le lacrime

E tutte quelle malinconie.

Questa pazzia di conservare tutto

Quando di quel tutto

Alla fine ti resta solo il nulla

Forse un decimo di febbre

Per scriverci una poesia.

Allora falla tu la follia,

Straccia e getta l’ipocrisia in quel calendario

Pieno di date, di incontri, di baci

Gettalo l’attimo prima che l’anno muoia

Lasciandoti altri inutili ricordi quando andrà via.

 

Giuseppe La Mura dic 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

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E’ il momento più malinconico del giorno

E’ il momento in cui si tirano le somme,

dove i punti vanno a capo,

e le virgole scompaiono

inghiottite tra le righe delicate d’un tramonto.

E’ il tempo del focolare,

delle famiglie che si riuniscono,

intorno al padre, alla madre.

è il tempo in cui tu prendi l’ultimo treno

e scappi via a casa.

Hai appena lasciato il tuo amore alla stazione,

lo ricordo ancora si,

il suono metallico delle rotaie

di quel treno che ti allontanava da me

mentre tu partivi via da noi,

portando soltanto me nella borsa dei ricordi,

portando i baci,

Voltandomi le tue bianche spalle che avevo appena accarezzato,

portando via per sempre le tue delicatissime labbra.

tutte le sere

ci incontriamo ancora

in quella stazione avvolta dal freddo,

e noi due persi nei pensieri fatti di nebbia.

tu, verso un binario

io, nella direzione opposta.

Cosa c’era tra noi in quei momenti

lo ricordo ancora ora, stasera come sempre.

pensieri

tanti, troppo densi che non vanno via,

come il fumo che usciva dai camini

e restava pesante sulle case di quella città

con le tegole e i mattoni tinti di rosso.

Avevo nel cappotto chiuso ancora te,

calda e stretta come eri tu nei nostri abbracci,

avevo il tuo profumo addosso,

profumo di casa,

profumo di vino,

profumo di mani carezzevoli e infinito amore.

Lo tengo ancora stretto,

era ed è il mio biglietto,

l’unico,

con il quale tentavo la sorte

per riabbracciarti ancora.

Oggi, come ti dicevo già allora,

e dopo che son trascorsi alcuni mesi che non ti sento più,

posso dirti con sicurezza ciò che provavo ieri

è lo stesso identico a quello che provo ancora oggi.

Un senso di vuoto

di tristezza

di dolore e rassegnazione

un senso di malinconia

un senso di me senza te

che è denso come il profumo dei camini accesi,

un senso di casa,

di allegria e solitudini condivise,

un senso profondo di amicizia,

un senso che è più di ogni altro sentimento che abbia mai provato.

e mentre ti parlo con queste parole gettate a caso

sembra di parlarti mentre il tuo treno sta partendo

sembra di salutarti attraverso il finestrino del treno

bagnato dd’umidità

e di lacrime che dentro i miei occhi ora scendono.

Giuseppe La Mura dic 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

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Basta guardarti

per scrivere una poesia.

E sentire il tuo profumo di Donna

immergendomi nelle profondità

dei tuoi silenziosi abissi cristallini.

Immagino di camminare in un bosco

tra i tuoi immaginari pensieri,

Le tue favole, i tuoi racconti mai detti,

i tuoi amori, i tuoi caldi sentieri scoscesi e dolci.

Basta un istante e ci provo per un istante,

a cosa prova se penso ancora

alla bellezza delle tue cosce calde,

e muovere le mie dita mai stanche di percorrere le tue gambe.

basta poco per capire chi sei

basta metterci il cuore nei miei passi,

tra le mie dita.

e quando le poserò sulle tue gambe

troverai il mio lungo cercarti

tra le parole e i fogli gettati al vento,

troverai i miei pensieri sull’amore,

e quando ti guarderò

vedrò me stesso nei tuoi occhi

pensando che ho cercato nella valigia dei mie viaggi

sempre e solo te.

 

Giuseppe La Mura nov 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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Prima di Lei
Non conoscevo davvero l’Amore
Pensavo che nella carne ci fosse tutto.
Però sentivo che senza di Lei non esistevo.
Lei mi disse che non poteva darmi tutto

Così mi chiese se potessi amarla lo stesso
Da quel giorno l’accarezzai
Come fossi il sole mentre bacia il mare
Tutta la mia tenerezza nelle parole
Per sfiorarle l’Anima con l’Amore.

Giuseppe La Mura apr 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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Mi piaceva pensarti

e mi piaceva ancor di più fartelo sentire addosso

sull’anima, il pensiero che avevo per te.

e allora mi piaceva scriverti pensieri,

mi piaceva sapere che li avresti letti e li avresti tenuti per te.

tu,

mi donavi i sorrisi, gli sguardi innocenti,

tu donavi alle mie mani i tuoi seni,

le tue curve, il tuo corpo.

era un dono meraviglioso

che serbo ancora in queste mie mani,

poesie silenziose che parlano ancora di te,

segni invisibili e indelebili

quelli che hai lasciato tra le mie dita,

le mie emozioni,

che ancora mi parlano di te

nonostante siano calati freddi e assurdi silenzi.

e io,

cosa potevo offrirti io,

nulla, non ero bello, non ero nulla,

ero soltanto un tuo segreto da custodire nel cuore.

e allora,

sul far della sera,

quando mi prendeva la malinconia della tua assenza,

scrivevo pensieri,

fotografie, istantanee di questo cuore innamorato perso di te,

pazzo, folle, assurdo, testardo.

ti scrivevo poesie,

per tenerti di notte quando tu non c’eri,

non potevi,

per tenerti stretta

fino al sorgere dell’alba nei mei sogni,

ancora un altro pò con me,

perchè Tu non andassi via.

 

Giuseppe La Mura dic 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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La tua bianca schiena

Con le scapole ben delineate

E le ali d’angelo nascoste

Pronte a spiegarsi per spiccare in volo.

La tua bianca schiena

Era una calda roccia battuta dal sole

Dove s’infrangeva il mio mare,

Il mio domani, il nostro destino.

Era un incontro bellissimo

Tra le mie mani ruvide e grosse

E la tua schiena esile e possente.

Era il baluardo dove potermi nascondere

Dove andavo a leggere il futuro

Dove ascoltavo il passato.

Era il presente,

Fatto di carezze e baci

Di strette fino a conficcarti dolcemente

Le mie dita tra la tua carne

Per sfiorarti e toccarti il cuore e l’anima.

La tua schiena simile a una rosa

A una margherita

A un calendario fatto di pagine vuote

Immacolate e ancora bianche.

Se ti stringevo sentivo gli spigoli delle scapole pungermi

Se ti accarezzavo sentivo il velluto della tua calda pelle

Se la baciavo sentivo l’odore tuo pungente di Femmina e Donna.

Se chiudevo gli occhi

E con le mani leggevo ciò che c’era scritto

C’erano i miei giorni trascorsi con te.

E non avrei mai voluto staccare il mio sguardo

Dalla tua bianca schiena.

Non avrei mai voluto distogliere il mio cuore da te.

E ancora oggi

Navigo da solo in mezzo al mare della solitudine

E guardo, aspetto ogni alba, ogni tramonto, ogni domani

Se in mezzo a questo mar

Scorgo la tua bianca roccia

E Te che mi offri il tuo caldo approdo

Dopo la tempesta.

 

Giuseppe La Mura dic 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
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Giocavamo a nasconderci

tu dentro il mio cuore

e poi scappavi via,

e io mi lasciavo riprendere.

ti nascondevi dietro una parola,

dietro le tende come fanno i ragazzini

che giocano come fanno i grandi.

ti nascondevi tra le lenzuola,

dietro ai tuoi immensi sorrisi.

ti nascondevi

tra le tue poesie, le tue canzoni

le tue mille e più emozioni.

nascondevi anche le paure

dietro il fumo d’una sigaretta

perchè volevi che il vento lo portasse via

e io vedendoti atterrita

venissi subito a riprenderti.

ti nascondevi nei boschi,

a volte tra l’erba dei parchi.

e tu distesa volevi che ti accarezzassi

e ti riprendessi tra le mani.

poi un giorno,

d’improvviso,

ti sei nascosta dietro il silenzio

e da allora sei scomparsa

nonostante io ti venga riprendere ogni giorno

perchè penso a te

e scrivo in questa stupida poesia

che resti qui, che ti sento ancora mia.

 

Giuseppe La Mura dic 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web

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Aspetto,

accanto alla finestra

mentre la porta resta spalancata.

non resto alla porta,

perchè quando aspetto qualcuna

per giorni e giorni,

potrei prendere freddo al cuore,

nudo e senza orgoglio,

mentre resto a guardare se arrivi tu.

allora aspetto,

ti attendo dietro ai vetri d’una finestra,

aspetto che arrivi e bussi alla mia porta

e sai che la troverai aperta.

entra,

non aspettare,

e chiudi bene dietro di te quella porta,

fa già troppo freddo in questa casa.

porta una coperta,

fatta d’un sincero e desiderato abbraccio.

io ti darò quella che ho fatto io

nella tua attesa.

sarà fatta di baci

e desideri malcelati.

ti aspetto,

ho preparato già la cena

e la candela sul tavolo in cucina è già accesa.

sarà bello

sarà finalmente inverno fuori

e primavera dentro le stanze del cuore.

 

Giuseppe La Mura dic 2018
testo: copyright legge 22 Aprile 1941 n°633
photo: Web