Goccia di melodia,
Vai via così,
Lenta,
Implacabile.
Lasciami un altro solco,
Sul cuore.
Dammi il tempo di morire.
Il tempo di una not(t)e.
E tornerai
Musica
Musa tra le stelle.

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Ho preso il mio cuore
E l’ho colpito
Innamorandomi
Mortalmente di Te.
Puoi uccidere ancora se vuoi.
Ma mi chiedo
Che senso ha per Te
Colpire me,
Un corpo già morto?
E Non puoi nemmeno
Colpire l’Anima…
Uccidimi i ricordi
Uccidimi nel tuo passato.
Prendilo e portalo via
Lontano dai miei occhi spenti
Oramai silenti
Come il cielo grigio
Come Piombo vivo
Anima dei tuoi scadenti proiettili,
Un finto amore,
Che lacerano dentro,
Me.

Avevo 7 anni, nemmeno compiuti a dir il vero, quando cominciai ad appoggiar quelle piccole dita, quelle fragili mani sui tasti avorio, bianchi e neri, del mio pianoforte.
E la mano era troppo piccola chè l’estensione delle mie cinque dita, pollice mignolo, non copriva un’ottava. La mia mano era quella di bambino, troppo minuta per quella immensità di tasti luccicanti, che odoravano di infinito, sconfinato. E il pianoforte, era modesto, comprato usato perchè non sapevano ne io ne i miei genitori se avessi mai continuato a suonare, una volte prese le prime lezioni.
Ma per me era il massimo quel pianoforte nero, lucido, che odorava di legno, impregnato di vibrazioni ad ogni tasto suonato. Io e quel piano, oggi siamo ancora insieme, io gli racconto le mie storie suonando sui tasti, e lui mi chiude gli occhi e mi accompagna con la musica che vibra nel petto, senza sosta, senza fermarsi mai.
Ho comprato un piano digitale, eccezionale, fantastico, con un timbro potente, ma manca di qualcosa, manca della sua Anima. Il piano digitale, non è fatto di legno, ma di componenti elettronici, di programmazioni frutto di campionamenti del suono di ottimi pianoforti classici. Ma la sua anima è microscopica, piccola, troppo piccola per contenere l’Animo dell’Uomo. Il legno ha un’Anima, quello usato per il piano, per la sua costruzione ha Anima molto simile a quella dell’Uomo. Ed io non riesco a non sottrarmi ancora al fascino del mio pianoforte che conosco da bambino, come un fratello , altre volte come un vero padre.
Io e Lui stiamo ancora insieme, io lo stimo e rispetto, come Lui fa altrettanto con me. E se sbaglio, e di certo che sbaglio, Lui non mi giudica, non mi distrae, non smette di essere ancora lì, non si sottrae all’amicizia, ai sentimenti che ci legano, indissolubilmente.
Lui sa tutto di me, sente che a volte soffro, altre volte sono felice, altre volte malinconico, annoiato. Lui sente tutto, anche perchè gli racconto tutto, ma proprio tutto. E molte volte, Lui ha dato la soluzione alle mie stesse incomprensioni, ai miei fallimenti, alle mie tante domande. Altre volte, però, le mie domande non hanno avuto risposta, saranno ancora lì, racchiuse e legate nelle corde che aspettano un giorno, chissà quando, di potermi parlare e svelare quali altri misteri che ho racchiuso dentro di me.

tasti

mi scoppia il Cuore
quando vedo nei tuoi occhi
scintillii di infiniti colori.

sei primavera, sole nascente tra profumi nuovi
le speranze sono zaffiri, immaturi acerbi frutti,
e lì poggiare un giovane Amore.

 

Me rompió el corazón
cuando lo veo en tus ojos
destellos de colores infinitos .

seis primavera, el sol naciente de nuevos perfumes
esperanzas son zafiros, frutos verdes inmaduros ,
y no para descansar un amor joven .

scoppia

ho indossato
abiti strani
confezionati da altri,
i loro occhi
mi hanno vestita
spogliata
rivestita ancora
con mille volti diversi
con mille sfumature diverse
guardandosi allo specchio
la loro Anima
adagiata,
combaciarla
con orli del disappunto
alla mia,
ogni volta
ogni istante
ogni giorno
ogni notte.
lascio
che si specchino
non vedranno
mai
la malattia
che loro vorrebbero
abitasse dentro me.
la mia malattia
è fatta solo d’Amore,
di profumate viole,
è fatta da onde increspate
spumose e salmastre
del mio infinito mare.

mare

Stavo lì, con lo sguardo poggiato sulle mani a guardare il mare, stavo aspettando Lei perchè dovevamo parlare. Era importante quella giornata, avremmo parlato del nostro matrimonio, del nostro fallimento, dei figli, del lavoro, dei soldi della casa. Stavo lì senza un perchè, senza la mia volontà, sarei voluto andar via. Anzi, non sarei mai voluto andare a quell’appuntamento, ma ero costretto, ero obbligato a passare tra la cruna dei miei e suoi errori, ma soprattutto ero lì per cercar l’ago nel pagliaio. Era l’unico pretesto per stare ancora lì, cercar l’Amore, cercar di salvare qualcosa, almeno un briciolo di Amore. Dopotutto l’inizio era stato bellissimo, meraviglioso. Era stato Amore, sul serio. Di quelli che non ricordi se mangiare se dormire se riposare. Eravamo io Lei e nulla più. Ci bastava quella allegria spensierata, che cacciava indietro, nel bui dei giorni logori, le nostre miserie umane, i nostri insuccessi lavorativi, le nostre passate piccole storie d’Amore. Si, la nostra era davvero una storia d’Amore. Ed ero ancora lì a cercar l’ago nel pagliaio, a frugar con gli occhi tra la sua Anima e le sue meravigliose gambe. E Lei, non sembrava dispiaciuta e mi fissava dritta, erano fucilate le sue, negli occhi.

gambe

A volte mi rifugio nella leggerezza, nell’apparenza di leggerezza, lasciando che tutto ciò che sta intorno a me, soprattutto le brutture della vita, non prendano troppo spazio. Ho concesso già alle loro radici di entrare nel mio piccolo giardino e non voglio che diventi una foresta dove poi non riuscirò più a districarmi. Ho visto e ho a volte subito molte cose brutte dalla vita, che ha invaso tutti i miei spazi. Ho sentito l’odore della morte, l’ho toccata e sfiorata ripetutamente, ho visto e toccato l’infelicità, ho visto e sentito l’odore della tristezza, della malattia, dell’odio, del terrore, dell’incomprensione. Ho visto e ho sentito tutto. Ci sarà un angoletto dove possa entrare anche un piccolo raggio di sole, dovrò pur far spazio tagliare rami che oscurano quella piccola fetta di cielo che appartiene solo a me, ci sarà un attimo di egoismo per poter riprendere fiato e poi iniziare a correre di nuovo.
A volte mi rifugio nelle sciocchezze, per non prendere troppo sul
serio questa vita che fa male a me, perchè prendo il dolore di altri.

minuti

Aveva bisogno di allontanarsi dal mondo, di spegnerlo, quel mondo che a volte le massacrava i muscoli del Cuore, non riuscendo più a fare qualcosa della sua giornata. Aveva un piccolissimo difetto, aveva una sensibilità esasperata, regolata ai massimi livelli, percepiva anche ciò che non era percepibile, cioè riusciva a vedere un piccolo futuro dinanzi ai suoi occhi dell’Anima. Erano come spezzoni, brevi sequenze di film che si aprivano nella sua Anima, nel Cuore, sospese a vagare nella mente. E la rapivano tutti quei pensieri. Le bastavano poche, pochissime parole scambiate con un perfetto sconosciuto e dinanzi alla porta semichiusa dell’ignaro frequentatore, al buio nella penombra, si cominciavano a muovere eventuali personaggi, scene, luoghi, parole, che le sussurravano e si muovevano tra i pensieri. Ed non riusciva più ad avere una vita tutta sua perchè col tempo, col passare delle stagioni, degli attimi, delle vicende, era diventata ancora più acuminata quella sensibilità. E non voleva più dinanzi ai suoi occhi partecipare alle vite degli altri, immedesimarsi, starci a volta malissimo. Non voleva più quell’assordante rumore continuo che le batteva, picchiava in testa, senza fermarsi mai.

divano

partirò,
leverò il tuo peso dal mio cuore
perchè fa male
questo immenso dolore
e lo farò
quando dormirai
e prima ancora che tu possa accorgertene
e prima ancora che possa innamorarmi
follemente di Te.
spezzerò
quella tenue linea rossa
quel filo di sangue
che unisce labile
l’Anima mia
ai pensieri di Te.
toglierò
il peso del mio stanco respiro
e porterò a naufragare
le mie debolezze fatte di inutili passioni
alle foci del fiume,
nella piena d’Amore.
e lì,
lascerò che il mare
abbracci le sofferenze,
nella sua freddezza,
tutto ciò
che non appartiene
a Te,
a Me

donna